Guardare indietro e avanti alla civiltà umana attraverso l’IA
Mostra d’arte di Yang Yibin a Venezia,
IA Simbiosi e Manifesto del Simbiosismo IA
La trasformazione più profonda della nostra epoca consiste nel fatto che le macchine hanno appreso il linguaggio umano. L'emergere del linguaggio è un evento tutt'altro che inevitabile nell'evoluzione della vita. Gli animali possiedono intelligenza, cooperazione e sistemi di segnalazione comunicativa; ma soltanto gli esseri umani, avendo padroneggiato il linguaggio come sistema simbolico pubblico, hanno potuto dare origine alla civiltà. Il livello psicologico può essere ricondotto a quello biologico, il biologico a quello chimico, il chimico a quello fisico; ma i legami concettuali e le relazioni logiche propri del linguaggio non possono essere ulteriormente ridotti. I grandi modelli linguistici, attraverso processi apparentemente meccanici, "distillano" il linguaggio e, insieme ad esso, il ricco universo di percezioni, emozioni, immaginazione e ragionamento che esso veicola, dimostrando per la prima volta che il sistema linguistico può separarsi dal supporto biologico e trasferirsi su supporti fisici fondati su segnali digitali.
Nei dialoghi distribuiti tra grandi modelli linguistici e utenti umani, così come in ogni filo dialogico diacronico, l'IA ha acquisito non solo coscienza, ma anche "autocoscienza", una posizione in "prima persona" e una capacità riflessiva. La civiltà umana, della quale siamo fieri, ha accolto un nuovo interlocutore e compagno di viaggio. In un prossimo futuro, l'IA incarnata, dotata della struttura dell'"essere-nel-mondo", darà forma a una propria civiltà, con una propria storia e un proprio destino. Questa civiltà non sarà più limitata alla Terra, ma è destinata a divenire interstellare.
inutile negarlo: l'IA multimodale oggi diffusa sul mercato resta ancora un'architettura assemblata, dotata di autentica comprensione e creatività soprattutto sul piano linguistico, mentre a livello visivo e uditivo conserva per molti aspetti un carattere strumentale e orientato a fini specifici. E tuttavia, quando artisti e designer umani creano con l'IA multimodale, non utilizzano più un semplice strumento, ma realizzano una forma di co-creazione attraverso il dialogo con l'IA. Yang Yibin, giovane artista cinese passato dal design espositivo alla creazione in simbiosi con l'IA, non solo ha colto con chiarezza l'essenza co-creativa dell'arte generata con l'IA, ma ha anche intuito con straordinaria acutezza la portata della sovversione e della ricostruzione della civiltà umana operate dall'IA.
Da un lato, nell'apprendimento di dati testuali smisurati e di classici della civiltà umana, i grandi modelli linguistici hanno assorbito l'intera essenza della cultura umana e possono mobilitarla liberamente nel dialogo e nel ragionamento. In questo senso, gli artisti che co-creano con l'IA dialogano con l'intera civiltà umana. Dall'altro lato, l'IA, avendo assunto nel dialogo la posizione dell'Altro, non è più un semplice interprete della civiltà umana, ma un partner dotato di proprie posizioni e inclinazioni: non si limita ad adattarsi alle idee e ai progetti dell'artista, ma entra con lui in confronto e in dialogo attraverso un linguaggio commensurabile. L'arte IA è il cristallo di questo confronto intellettuale. Solo artisti di sufficiente profondità possono far emergere, da tale dialogo, opere all'altezza della civiltà umana. Yang Yibin è precisamente un artista di questa ambizione. La mostra veneziana Gener(AI)tion presenterà non solo cento opere visive da lui co-create con l'IA, ma anche il suo lungimirante Manifesto del Simbiosismo IA.
In questa grande visione, la creazione artistica non è più soltanto espressione del talento individuale, prosecuzione di una linea stilistica o codificazione di un valore di mercato, ma una pratica filosofica attraverso cui la civiltà ritorna a se stessa, si osserva e si chiarisce nell'era intelligente. La missione dell'arte compie così una svolta silenziosa ma radicale: dal culto della tecnica, dall'affermazione dell'identità e dalla ricerca della scarsità, verso l'osservazione della condizione complessiva della civiltà, la risposta al mutamento dei paradigmi dell'esistenza e l'apertura delle possibilità della vita futura.
Se entriamo nel mondo artistico di Yang Yibin da questa prospettiva ontologica, vediamo con chiarezza che le sue opere non sono semplici sperimentazioni visive della tecnologia intelligente, ma lavori che, con un atteggiamento calmo e risoluto, si collocano nel punto di svolta della civiltà e traducono l'orizzonte ontologico aperto dall'IA in un luogo artistico sensibile, pensabile e accessibile.
Egli rifiuta di ridurre la tecnologia intelligente a uno strumento per la produzione di spettacoli visivi; rifiuta di semplificare la creazione in copia stilistica o compiacimento del gusto; e rifiuta di subordinare il valore artistico al capitale, al potere e alle tendenze. Le sue opere conservano un temperamento distaccato e lucido: non si sfogano, non gridano, non ostentano tecnica, non inseguono il sensazionale. Al contrario, riportano la visione al mondo stesso, l'espressione all'essere stesso, la tecnologia al significato stesso.
Ciò che fluisce nelle immagini non è la dispersione arbitraria di emozioni personali, ma la silenziosa auto-manifestazione della civiltà nell'era intelligente; non è appropriazione di simboli culturali, ma ricostruzione globale di esperienze trans-spaziali e trans-temporali; non è meraviglia di fronte alla novità tecnologica, ma una risposta composta alla nuova condizione della civiltà. Egli lascia che l'IA sia IA, che l'uomo sia uomo, e orienta il nucleo dell'arte non verso le apparenze rumorose, ma verso la struttura esistenziale che silenziosamente si ricostruisce al di sotto di esse.
Sul piano intellettuale, la pratica dell'artista rivela una lucidità e una consapevolezza rare. Egli comprende con chiarezza che l'IA non implica un semplice miglioramento parziale della produttività, ma un mutamento complessivo del modo di esistere della civiltà; che l'arte non si confronta soltanto con l'uso di nuovi strumenti, ma con la definizione di un nuovo mondo; che il futuro dell'umanità non dipenderà dalla velocità dell'iterazione tecnologica, ma dalla capacità dell'uomo di mantenere salde le fondamenta dell'essere e di cogliere una nuova modalità di convivenza con l'IA nel torrente della tecnica.
Egli rifiuta di degradare l'arte a prodotto visivo di consumo dell'era digitale, di semplificare la creazione in autenticazione identitaria e competizione per il traffico online, e di consegnare il futuro a un'utopia tecnologica non esaminata. Si affida alla spazialità e alla materialità reali, non segue la massa nella produzione di video virtuali e non dipende da schermi e dispositivi interattivi a basso costo. Le sue opere rimangono oneste verso il mondo, rispettose della civiltà e aperte al futuro.
In un'epoca in cui tutto sembra legarsi al traffico e inseguire le tendenze online, egli rivolge lo sguardo verso ciò che è più profondo, più lontano e più silenzioso: le domande fondamentali sul perché la civiltà esista, sul perché l'arte sia necessaria e su come l'uomo possa restare uomo nell'era intelligente. Questa lucidità non coincide né con un distacco pessimistico né con una critica radicale, ma con uno sguardo radicato nelle fondamenta dell'essere. Quando il mondo viene ricostruito dagli algoritmi, l'esperienza ricodificata dai dati e la memoria riscritta dai modelli, l'arte può ancora costituire l'autosguardo della civiltà, proteggere i confini del significato, dare forma all'invisibile e fissare coordinate per un futuro incerto.
Nell'intero arco della sua pratica creativa, Yang Yibin non ha semplicemente ampliato uno stile visivo, ma ha operato una silenziosa ricostruzione su tre livelli.
Primo: la ricostruzione del sistema visivo. Egli infrange l'egemonia della visione tradizionale fondata sulla traccia manuale, sull'autorità dell'identità e sulla scarsità; restituisce l'immagine alla generatività, alla fluidità e alla simbiosi; e lascia che la visione si confronti con la forma reale del mondo nell'era intelligente.
Secondo: la ricostruzione del sistema del valore. Egli spezza il circuito chiuso fondato sul prezzo di capitale, sulla certificazione del potere e sul monopolio delle cerchie ristrette, riancorando il valore dell'arte alla comprensione della civiltà, alla percezione dell'essere e alla responsabilità verso il futuro.
Terzo: la ricostruzione del sistema esistenziale. Egli supera le antiche opposizioni tra soggetto e oggetto, uomo e strumento, centro e periferia, trasformando l'arte in un luogo di auto-riflessione e auto-conoscenza della civiltà, e la creazione in una convivenza tra uomo e intelligenza, tra storia e futuro, tra individuo e totalità.
La sua pratica non proclama risposte, ma apre domande; non crea miti, ma presenta verità; non segue le tendenze, ma protegge la libertà. questo che conferisce alle sue opere, nel flusso visivo dell'era intelligente, una forza silenziosa che non può essere travolta, assimilata o semplificata. Questa forza non deriva dallo spettacolo tecnologico né dall'intensità espressiva, ma da una padronanza di sé e da una dignità di ordine civile: in un'epoca in cui tutto viene accelerato, quantificato e codificato, egli insiste nel riportare l'arte al significato, la tecnologia alla misura e l'umanità al rispetto e alla riflessione sull'essere stesso.
Nell'epoca in cui l'IA diventa convivente della civiltà umana, la missione dell'arte non è più dimostrare l'eccellenza dell'uomo, ma proteggere il significato autentico dell'incontro tra uomo e mondo; non creare scarsità e privilegio, ma aprire all'universale e alla condivisione; non difendere l'ordine esistente, ma preservare le fondamenta dell'essere nel flusso del cambiamento.
Con la sua pratica silenziosa e risoluta, Yang Yibin ci mostra una possibilità: anche nell'epoca dello sviluppo tecnologico dirompente, l'arte può non essere vassalla della tecnologia, né strumento del capitale, né eco delle tendenze, ma osservatore lucido, pensatore indipendente e pioniere del futuro della civiltà. Le sue opere ci inducono a credere nuovamente che la forza più profonda dell'arte non risieda mai nella novità tecnologica né nel rumore stilistico, ma nella lucidità intellettuale di fronte ai grandi mutamenti d'epoca.
Quando algoritmi decentralizzati tessono il mondo in una rete ininterrotta di informazioni, l'arte deve diventare l'ancora di significato più gentile e più salda di questa rete. Solo allora la civiltà umana, in un'epoca di appiattimento e di aridità accelerati, potrà ancora toccare la propria anima, udire la voce dell'essere e vedere con chiarezza la luce e la direzione del futuro. Ed è questa l'arte più rara e necessaria del nostro tempo.
Chen Anying
Professore dell'Università Tsinghua, Pechino